Digger, commento al film di Alejandro González Iñárritu

Digger

Ho letto da più parti che Iñárritu e Cruise sembrano fatti l’uno per l’altro. A un certo punto bisognerà pure ammettere che, tolti e Tom Cruise e Brad Pitt, le star sono finite e, verosimilmente, una certa Hollywood con loro – quantunque io continui a stravedere per Jude Law. Digger è un giochino, l’ennesimo, che dà agio al regista messicano di proseguire lungo quel percorso speculativo inerente a una formula già implementata in Birdman e, per certi versi, riproposta in Bardo. Quel gioco di specchi e scatole recante il suffisso “meta” attraverso il quale tentare di conciliare critica e intrattenimento.

Il problema, di nuovo, è che ci si perde, non in corso d’opera, bensì già a priori. E per capire in che termini, due cose sulla trama diciamole. Digger è un magnate dell’industria del petrolio, un texano borioso, ignorante e sfacciato, che pur di alzare di mezzo centimetro l’asticella è disposto a tutto. Il film è costellato di metafore, dalla gatta di trent’otto anni in stato avanzato di decomposizione, tenuta in vita a suon di costosissime terapie e rimedi improbabili, al tumore al retto del Presidente Compson (John Goodman), espediente per tirare fuori un siparietto niente male (si fa per dire), in cui l’uomo più potente d’America, in un nient’affatto gratuito (no no) delirio di onnipotenza, vaneggia che curare il male che gli affligge l’ano, tormentandolo, comporterebbe in automatico risolvere i problemi del Paese – non sto stirando alcunché, men che meno inventando.

Certe licenze, tuttavia, potrebbero persino risultare note di colore, roba da cavarci qualche risatina; il punto è capire se e quanto sia possibile “entrare” in questo pretestuoso meccanismo cui dà vita Iñárritu. Dopo una ventina di minuti o giù di lì (mi si perdoni l’approssimazione ma non ho cronometrato), si scopre infatti che quanto stiamo vedendo è la messa in scena della prova generale di una pièce teatrale. Il personaggio di Cruise si lamenta delle stesse cose di cui potrebbe lamentarsi lo spettatore: il suo personaggio è troppo stilizzato, finto, e, più che provare a comprenderla, è stato concepito per ridicolizzare l’ignobile figura alla quale è riferito.

Qui emerge, va detto, una traccia interessante, che, a mio modo di vedere, andrebbe scolpita a beneficio di ogni sceneggiatore o aspirante tale, ossia che non c’è verso di tratteggiare personaggi interessanti se chi li delinea, al contempo, li disprezza. Dalle nostre parti credo si abbia un esempio maximo in Sorrentino, il quale, non a caso, tira fuori profili che hanno qualcosa da dire non tanto in quei casi in cui si rispecchia in loro, ma in rapporto a quelli verso i quali, per lo meno, dà l’impressione di simpatizzare, anche se per i motivi sbagliati. Sia chiaro, nulla di tutto ciò in Iñárritu. Nossignore, il regista messicano qui appronta un’operazione di gran lunga più inutilmente e fintamente elaborata. Tiene un piede in due scarpe, per così dire.

Accarezza e gli uni e gli altri, dicendoci che sì, alcune personalità, oggettivamente, sono spregevoli, ma tale spregevolezza non esaurisce la portata dei loro caratteri e della loro “complessità”. Nondimeno, certe loro azioni, il loro essere dalla parte sbagliata della Storia, uniti ad una palese psicopatia, ha comportato conseguenze enormi, e per il mondo intero. Tutto ciò però ci viene detto espressamente, nascondendosi dietro l’escamotage della rappresentazione nella rappresentazione, criticando la critica che si sta facendo, quasi a voler anticipare potenziali critiche. Iñárritu perciò concepisce questo suo lavoro immaginandosi già sul banco degli imputati all’atto stesso in cui produce, pensa e redige il suo testo, sperando (spero senza confidarci troppo, anche se, ahinoi, potrebbe aver ragione lui) che dall’altra parte non solo si sia clementi ma addirittura si finisca per patteggiare con questa forma nemmeno così sofisticata di paraculaggine.

Digger è il dietro le quinte di uno spettacolo, Fossil Fools, che ripercorre alcuni dei passaggi chiave che hanno scaraventato il mondo verso il baratro. Un tentativo di ridurre il tifo da stadio in clever entertainment, come direbbero certi anglofoni, dissimulando quella tendenza che tanto ha fatto male a Hollywood, quella terminale; la stessa che si appresta ad essere ridotta in cenere (speriamo per rinascere più splendente e vigorosa di prima) e che consiste nel catechizzare lo spettatore in merito a questioni capitali – o presentateci come tali – senza curarsi di dirci davvero qualcosa in merito alla questione. Per questo la propaganda con la finzione tende a non legare: perché impone l’onere di scavare, approfondire, e questo, non di rado, implica una pesantezza e una tenuta che mal si conciliano con l’esigenza di arrivare a più persone possibile. In quel finale, quando viene “svelato” ciò che era ad ogni buon conto intuibile già da prima, ossia che il presente del film è un futuro grigio, monocromo come la sua fotografia, in cui la distopia è realizzata e un non meglio precisato tiranno tiranneggia sulla popolazione, affamata e allagata, ci siamo noi. O per meglio dire, ci saremmo, secondo l’impostazione confezionata da Iñárritu.

Gli spettatori che inveiscono, gaudenti e soddisfatti per essere stati intrattenuti dal reenactment di una vicenda balorda su cui scagliarsi, così da esonerare i veri responsabili e permettere loro – verosimilmente eh – di continuare ad esercitare la propria amministrazione, dovremmo (indulgo nei condizionali) essere noi, i quali, dinanzi a cotanta rappresentazione, dovremmo a nostra volta scannarci, per poi tornare alle nostre (tristi) cose. La reazione a un’opera visiva come naturale estensione nel dominio onanistico. Un risultato leggermente diverso, ancorché pure quello risoltosi in un mezzo pastrocchio, a fronte di premesse analoghe; mi riferisco a Mickey 17 di Bong Joon-ho, altro buco nell’acqua, che tuttavia indispone meno – pure perché, essenzialmente, il regista sudcoreano migliore rispetto al collega messicano. Questo passa il convento dalle parti di certi studios lì a Los Angeles (ancora per poco, dato che alcuni paiono in procinto di spostare la sede in altri Stati).

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