Torno sull’Odissea di Nolan, sebbene non lo faccia con l’intento di dire altro sul film in sé. Il mio commento, lungo e, per come la vedo io, incompleto, lo trovate sul canale. Solo dopo mi sono reso conto di aver lasciato fuori alcune cose ma avendo raggiunto la durata di un’ora, e andando a braccio, a certe condizioni immagino non si potesse fare di meglio. Approfitto di questa ulteriore incursione per integrare qualche considerazione, solo però nella misura in cui possa avere senso evocare certe questioni.
In rete ha spopolato l’intervista di Yiyang Zhuge, ricercatrice cinese che è per di stanza a Boston. Si occupa di teoria politica (elemento che a mio parere va tenuto in debita considerazione), oltre che tradurre dal greco e dal tedesco. Non mi soffermo più di tanto sul curriculum, sebbene la nostra epoca da simili puttanate ne sia ossessionata, quasi che serva eventualmente il background a legittimare l’operato. Nel caso di specie, quando ho visto per la prima volta l’intervista della Zhuge a Nolan nell’ambito della promozione de L’odissea, non avevo idea di chi fosse né di cosa facesse l’intervistatrice: l’ho ascoltata ed eccoci qui.
A chi ha un minimo di confidenza con l’inglese, esorto caldamente a provvedere da sé: ne vale la pena. Qui non passo in rassegna punto per punto, bensì mi limito a qualche considerazione a margine, rispetto ad alcune delle affermazioni più significative espresse da Nolan in risposta alle sollecitazioni della Zhuge.
Parto da quella che, per certi versi, mi sta più a cuore, se non altro perché è stata la mia impressione da subito, e, con altrettanta velocità, mi ha fatto storcere il naso. Mi riferisco alla “cristianizzazione” dell’Odissea condotta da Nolan, che passa attraverso una lente che non appartiene affatto al contesto, al brodo in cui, per così dire, macera il poema omerico. Soffermarmi su tale aspetto mi dà agio al fine di chiarire un altro appunto che ho mosso nel mio commento, quando sostengo che Nolan non abbia osato abbastanza. Mi spiego.
Al passaggio da un medium a un altro, da una forma d’espressione a un’altra insomma, la cosiddetta fedeltà all’opera originale rappresenta una favoletta cui si può credere finché si è ragazzini. Dopodiché si cresce, senza possibilmente diventare adulti, e si comincia a capire che la preservazione di una data fonte, se di questo si tratta, passa per il trasmettere non la traduzione uno a uno dell’originale, bensì nell’individuare almeno una componente chiave e chiaramente riconoscibile, e su quella imperniare l’intera struttura dell’opera inedita che si sta creando – attenzione, per riconoscibile non intendo “celebrata” o “accettata” da una consesso più o meno scientifico… può benissimo trattarsi di un tema o una suggestione che fin lì nessuno ha preso in considerazione, purché ovviamente l’autore del rifacimento dia contezza di ciò che sta facendo, altrimenti vale tutto.
Faccio degli esempi pratici. Quanti spettatori sapevano o sanno che Fratello dove sei? dei fratelli Coen fosse ispirato all’Odissea. Lo sai se ne hai letto, diversamente necessiti di un grado di consapevolezza ed erudizione notevoli per arrivarci. L’esempio più celebre, l’Ulisse di Joyce, rappresenta l’apice, l’epitome di questo processo… quell’opera lì incarna il processo di attualizzazione per eccellenza, a tal punto che l’originale, se c’è, rimane sepolto sotto una mole considerevole di innovazioni, meccaniche, e strati di cose che ancora si va studiando, a distanza di un secolo dalla pubblicazione. Per certi versi l’Ulisse di Joyce è l’ultimo grande romanzo, quello che li ammazza tutti, oltre a rappresentare, come sosteneva Carmelo Bene, l’esempio massimo di un cinema che il cinema stesso non può produrre. Tornando alle due menzioni, si tratta di due approcci diversi, sebbene in entrambi i casi gli autori non si preoccupino minimante, grazie al cielo, di prodursi in una rivisitazione scrupolosa. Anzi, la sola idea appare aberrante, priva di senso.
Di recente, sono uscite le prime puntate della nuova serie di Ghost in the Shell, quella prodotta da Science SARU e diretta da Momo Chan. Ebbene, immancabili sono state le diatribe preventive in quella landa desolata e desolante che è X, con schieramenti già formati e rigidamente prevenuti nel loro insopportabile furore ideologico. Lì la faccenda è diversa: questa nuova serie rappresenta un’occasione per poter prendere le distanze non tanto dall’originale, ossia il manga di Masamune Shirow, bensì dalla visione che ha prodotto Mamoru Oshii con il film del 1995, che ha poi a sua volta informato sia il sequel del 2004 che le due straordinarie serie TV dei primi anni 2000, ossia Stand Alone Complex e Second GiG. Il punto qual è?
È che, oramai, Ghost in the Shell nell’immaginario collettivo, specie occidentale, non è tanto quello di Shirow, bensì quello di Oshii. Per cui quale dei due ha più senso rimettere in discussione oggi? Esatto, quello dell’universo cinematografico. Per riuscirci, i creatori della serie che sta andando su Amazon Prime e che è ancora in corso, si sono imposti di essere sì scrupolosi ma alla fonte primaria, quella fin qui disattesa. È giusto? È sbagliato? È interessante. A suo tempo soppeseremo come è stata eseguita la consegna – quantunque, dopo cinque episodi, possiamo già dire che l’idea funzioni e che la serie meriti, e che abbia avuto assolutamente senso imboccare questo sentiero.
Nolan invece cosa fa con la sua Odissea? Mantiene la forma, ossia l’ambientazione, certi elementi superficiali – al netto delle licenze sul fronte dei costumi, l’imbarcazione e finanche certe location – ma ne perverte il senso. L’unico motivo per impiegare un titolo così altisonante è quello di preservarne lo spirito, anche attualizzando il tutto – termine peraltro molto paraculo, perché lo si sta utilizzando per neutralizzare anzitempo ogni tentativo di mettere in discussione le premesse dell’operazione. Ma se mi tieni la scorza, speculando un minimo giusto perché ti piace un certo stile minimal, à la page, che rimanda all’immaginario supereroistico degli ultimi quindici anni, ma al contempo ritieni sia non solo opportuno ma addirittura giusto, irrinunciabile, appioppare al testo meriti ed urgenze che tali non sono e che, nemmeno facendo un certo sforzo, spremendo la fonte all’inverosimile, si riesce a ricavare, c’è qualcosa che non va.
Arriviamo perciò alla domanda che mette in crisi un intero sistema. Vi ricordate quando ho sostenuto che l’ambito in cui si muove la ricerca dell’intervistatrice conta? Ecco, quando la Zhuge chiede all’intervistato se è vero che oggi ci si dovrebbe scusare per la grandezza, perché di fatto è questo che emerge dal film di Nolan, a mio modo di vedere la studiosa non sta interrogando solo l’intervistato, ma un intero sistema, noi consumatori – eh sì, va posta ahimè in questi termini – inclusi. La risposta di Nolan è rivelatrice: dopo aver tirato le orecchie alla critica, denunciando la tendenza di quest’ultima, o di una parte, nello squalificare certi meccanismi su cui si basa lo storytelling (a Hollywood, aggiungo io), il regista dice che sì, ci si deve scusare. Perché? Perché la percezione rispetto a siffatto concetto non è più quella di un tempo e, poiché le aspettative del pubblico rilevano tanto
quanto le esigenze narrative, ci si deve adeguare al sentire degli spettatori. Insomma, Nolan sostiene che, siccome ci troviamo in democrazia, guai ad inquietare il cliente e sottoporgli qualcosa che potrebbe anche solo distoglierlo da certe convinzioni. Comprendo ma qualcosa non torna.
Sia chiaro, Nolan fa un discorso che ha un suo perché. Sono anni, forse persino da Insomnia in poi, che il suo estro e le sue innegabili capacità affabulatorie sono al servizio di quel linguaggio universale che è il cinema hollywoodiano. E la simbiosi tra lui e questa imponente macchina è tale che, a questo punto, è difficile stabilire chi influenzi di più cosa: Nolan oramai è sinonimo della “nuova” Hollywood, di quella che si dà un tono diciamo, da almeno una decade a questa parte. Non si rimane così tanto sulla cresta dell’onda se non si tiene conto di certe istanze, di quella logica che ha reso ricchi persino i compilatori di manuali che c’illustrano, in maniera scientifica, come vada strutturata una sceneggiatura.
D’altro canto quella di Hollywood è la lingua franca del ventesimo secolo, l’unica che ha attraversato barriere di ogni tipo, parlata o quantomeno compresa anche nell’angolo più remoto del globo. C’è un qualche merito in questa cosa, anche qualora uno scenario del genere lo si rifiutasse quasi per riflesso incondizionato. E la capacità di adattarsi, mimetizzandosi se serve, rappresenta la condizione essenziale affinché una data cultura possa durare. Quando ci si scontra e ci si strappa le vesti per lo scontro culturale, conservatori contro progressisti, chud contro woke, right-wingers contro liberal, non si tiene conto di una cosa, ossia che ogni impero, quasi fosse un organismo vivente, tende anzitutto a sopravvivere a sé stesso. E per farlo, inutile girarci intorno, gli viene naturale essere disposto a tutto.
In questa fase, che dura già da un po’, Hollywood ha scommesso, o per intuito o perché informata dei fatti, per così dire, sul tarare sé stessa verso il basso. Prevengo le facili oltre che scontate battute: no, non è stato sempre così. L’elogio dell’uomo comune, qualunque cosa questo significhi, è proprio ciò che mancava alla Hollywood che, per dirne una, tramonta verso gli anni ’60; sì, ci sono storie di persone ordinarie, ma sempre filtrate da formule e modi che di ordinario non avevano alcunché e che, proprio per via della loro confezione, suonavano profondamente insincere ed ovattate. Così come c’è stata la Hollywood della propaganda, ma non ne farei per ciò stesso un tratto distintivo, dato che, Arte o prodotto che sia, la Storia è piena di mezzi espressivi che intendono educare i loro destinatari, quasi sempre a vantaggio di chi, manco a dirlo, ci mette la moneta.
Nolan dice una grande ovvietà, solo che lo fa in maniera più elegante, in linea col personaggio.
Esistono dei principi, delle verità inerenti alla società in cui viviamo. Sappiamo altresì che non tutti condividono taluni principi ma la cultura dominante – lo so, certe espressioni attirano le ire di certuni ma io il video lo devo pur concludere in qualche modo – ingiunge implicitamente di dare per assodate certe nozioni, e su questo terreno, io autore a servizio di una specifica istituzione (in questo caso Hollywood), che parlo dunque per conto di chi ha a cuore il perpetuarsi di un certo sistema, che è appunto quello imperante, debbo per forza di cose muovermi entro questi confini, che sono rigidi e stringenti. Non esiste la possibilità che non lo faccia, non tanto perché qualcuno, in concreto me lo impedirebbe, ma perché, un po’ alla volta, verrebbe meno quella legittimazione che mi consente non solo di disporre della macchina, con annessi e connessi, ma di mantenere un certo status.
La dinamica, ben inteso, è più semplice ma al contempo più profonda del mero “aver venduto l’anima a questa o a quell’industria”. Troppo facile così. Ma soprattutto, troppo deresponsabilizzante, poiché, in una certa qual misura, ancorché condizionate o anche solo influenzate, le scelte di Nolan, dalla prima all’ultima, da quella più banale a quella più gravosa, sono sue in tutto e per tutto. La Zhuge, a ragion veduta, definisce Nolan uno dei maggiori storyteller della nostra epoca… avrebbe potuto riconoscergli un simile titolo se il diretto interessato non avesse acquisito la simbiosi di cui sopra? Se non fosse diventato in altre parole un tutt’uno col contesto in cui si muove?
Girovagando per X, sono incappato in un’appropriata, nonché tagliente citazione. Si tratta di Rousseau, che nel suo Discorso sulle Scienze e sulle Arti, tirò così le orecchie a Voltaire:
Che il famoso Arouet ci dica quanti splendori maschili e forti ha sacrificato alla nostra falsa delicatezza, e quanto lo spirito di galanteria, così fertile in piccole cose, gliene sia costato di grandi!
Tradotto, Rousseau si scagliava contro il vezzo di sacrificare certe peculiarità, diremmo oggi appunto la grandezza, per galanteria, un modo come un altro per dire che si abbassava al livello di coloro a cui si voleva rivolgere, appiattendo lo spessore di ciò che intendeva veicolare. Oggi il processo mi pare passi da una presunta umiltà, quella appunto di dirsi accessibili, quando invece queste sono le regole d’ingaggio per chi, come Nolan, si muove nell’ambito del mainstream. Quindi più marketing che accortezza morale, se vogliamo. E di base non ci sarebbe alcunché di sconveniente: Batman piace a tantissimi, me compreso.
Alla fin fine, insomma, quanto emerge da questa intervista è che probabilmente abbiamo preso questa Odissea più sul serio di quanto fosse opportuno. Colpa nostra, dunque. Su un piano più pratico, prosaico quasi, per quanto mi riguarda ho persino trovato più “movimentato” Spiderman Brand New Day, che di base m’intriga molto meno di una nuova trasposizione di un poema capitale come questo, ancora di più se condotto da un fuoriclasse come Nolan.
Il quale ha certamente facoltà di ricamare sulla decadenza, e di farlo coi mezzi e gli strumenti che più gli aggradano, a partire dall’impiego delle più recenti camere IMAX, le quali, in barba ad ogni velleità pseudo-democratica, restringe il cerchio della piena fruibilità del suo prodotto a sole 41 sale cinematografiche in tutto il mondo. Questo invito implicito, reso a posteriori esplicito proprio in questa intervista, a cospargersi il capo di cenere anche solo all’idea di coltivare un qualsivoglia anelito di grandezza, è l’esatto contrario di ciò che c’insegna Omero attraverso la guerra di Troia e il viaggio di Ulisse. Stona il tono moraleggiante di chi reinterpreta una fonte così autorevole per veicolare il contrario di ciò che quest’ultima intende dirci, cadendo peraltro nella più grossolana delle leggerezze di coloro che si abbeverano presso la foce di certo progressismo, ossia credere che ciò che viene dopo, che è più vicino a noi, è necessariamente meglio, più giusto. Ma anche questi sono giudizi di merito. Diciamo perciò che si resta interdetti davanti all’evidenza di un ribaltamento così radicale, che, non a caso, mostra il fianco non tanto a critiche, quanto a una certa goffaggine. Per dirci cosa? Che le colpe dei padri, eventualmente, è giusto che ricadano sui figli? Per restare a un gergo solennemente evangelico, storpiandolo a nostra volta, vino vecchio in otri nuovi. Uno scarto su cui torno più avanti e che decreta buona parte dell’inconsistenza dell’ultimo lavoro di Nolan.
In buona sostanza Nolan, come è a ragion veduta solito fare, è come se avesse raccolto delle testimonianze, e a fronte di una sua riflessione, avesse deciso di comporre l’ultimo canto dell’Inferno… il nostro. Alla sua dea, tuttavia, non ha chiesto di cantare l’ira funesta del figlio di qualcuno, come fu del Pelide Achille, bensì la mediocrità frustrante del cittadino contemporaneo, il cosiddetto cosmopolita occidentale, persona di mondo ancorché culturalmente apolide. Lo standard è la cartina di tornasole dell’operazione di Nolan: da quel punto si parte e a quel punto si deve tornare. Insomma, la sua Itaca. Ben inteso, non metto in discussione la fondatezza di una simile premessa, avvertendo che Nolan abbia torto; al contrario, ho come l’impressione che c’abbia proprio azzeccato. Il punto è capire quali siano le ripercussioni a fronte di questi presupposti. Insomma, si sta parlando…
E visto che ci troviamo in un periodo in cui valutazioni di questo tipo da alcuni verrebbero equivocate, pelosamente, per processo alle intenzioni, stiamo al film, che è l’unico banco di prova che effettivamente conta. È proprio lì che avevo colto certe idiosincrasie, che erano velate. Ora, grazie al prezioso input di una giovane studiosa, Nolan ce lo conferma: mentre il poema di Omero è un’opera che parla a persone libere, illustrando loro in maniera plastica, avvincente, appassionante, quanto costi la libertà, ma soprattutto perché sia così vitale inseguirla, l’Odissea di Nolan si rapporta al proprio pubblico come a dei servi, o, per essere meno drastici, a dei bambini – non particolarmente brillanti peraltro. Non solo. Gli immiserisce ancora di più nella misura in cui li accusa, di fatto, di meritarselo, dato che l’unico modo che hanno per affacciarsi a certe cose è quello di impacchettargliele in maniera diversa, anzi, opposta. Insomma, a ‘sto giro Nolan ha scommesso contro il suo pubblico, che ha deciso d’imboccare con una pietanza magari più digeribile ma senz’altro meno salutare.
Siccome non intendo lanciare il sasso e tirare indietro la mano… di cosa è servo l’occidentale? Di sé stesso e della lussuria con la quale sperimenta il suo crogiolarsi nel senso di colpa. È una cosa che gli provoca un piacere che ha molte analogie col sesso, non in termini qualitativi ma per come opera. Senza entrare troppo in discorsi filosofici ed epistemologici, questo godimento che trae l’occidentale nel darsi addosso, nel ribadire quanto da lui e dalla propria storia (che nemmeno conosce granché) derivino la maggior parte dei mali del mondo oggi, ha sempre uno strano carattere, come di qualcosa a cui sì, non si può resistere, ma che al contempo ossessiona e attrae in maniera così profonda proprio perché ripugna. Eros e thanatos, quel tipo di sesso che conduce alla morte; il radicato e perverso senso di colpa dell’occidentale, praticato anche inconsciamente da un numero spropositato di suoi membri, a ben vedere, cos’altro auspica se non la propria dipartita? Come nell’unirsi con l’altro o gli altri nell’amplesso si cerca il proprio e il loro annientamento, questa perversione verso sé stessi conduce a uno scenario di medesimo segno. E la definisco di perversione non a caso, dato che, come l’eresia rispetto alla sana dottrina, si basa su una verità che viene però esasperata, diventando una scheggia impazzita.
Credo che anche per questo non pochi hanno manifestato una certa insofferenza nei riguardi della Zhuge: fa specie la sua libertà, equivocata addirittura per sfrontatezza, in chi non solo fatica a intendere la portata di concetti come, per l’appunto, la più e più volte menzionata grandezza, bensì non avverte nemmeno la necessità di porre la questione. Quel che ho visto su quel palco, a differenza di tanti commentatori di lingua inglese che hanno urlato alla lesa maestà, oppure, dall’altro lato, che hanno celebrato un presunto KO tecnico ai danni di Nolan perché quest’ultimo sta loro antipatico, insomma, è altro. Qualcosa di molto più corroborante, ossia due persone intelligenti che, nel loro pacato botta e risposta, lasciano emergere certe implicazioni rilevanti in rapporto al fenomeno culturale e di spettacolo del momento.
Ciò che è curioso sta dover prendere atto che uno scenario del genere sia possibile, o anche solo concepibile, a fronte di ciò a cui, non dubito, sia Nolan che la Zhuge sono stati esposti nei loro rispettivi percorsi di formazione. L’apertura e la sensata complessità dei temi sollevati rappresentano un approdo possibile a persone che maturano in un ambiente profondamente influenzato dalla cultura che ha partorito opere come l’Iliade e l’Odissea – venerandole, aggiungerei. Lasciamo stare lo scrupolo con cui questo o quell’episodio viene riportato nel film; parlo d’altro. Ci sono casi in cui la lettera uccide, mentre lo spirito vivifica. Se Nolan avesse ragione e l’Arte, pur nell’ambito che gli compete, che è quello dell’intrattenimento, dovesse sempre e comunque adeguarsi alla media, ciò comporterebbe un futuro in cui una notevole conversazione come quella avuta con la Zhuge non potrebbe mai verificarsi. Ma soprattutto, di cui nessuno sentirebbe la necessità. E questa sì, rappresenterebbe una sconfitta per la civiltà, con o senza Bronzo, come le facce di alcuni commentatori.