Da un film di Raimi, specie se scorporato da una saga o da una fonte per certi versi ingombrante – e chiaramente mi riferisco ai suoi due ultimi lavori da regista prima di Send Help, ossia Il grande e potente Oz ed il sequel di Doctor Strange – sai più o meno cosa aspettarti. O quantomeno, immagino che, specie gli estimatori, sanno cosa vorrebbero vedere.
Ecco, non per nulla ho menzionato i due film precedenti, distanti quasi un decennio l’uno dall’altro. Lo dico perché uno è tentato di farsi delle idee quando un regista affermato come Raimi si prende così tanto tempo, in un contesto come Hollywood, tra un film e l’altro. Opere peraltro, pur inquadrate nel loro giusto contesto, che lasciano a desiderare per dire il meno. Ci s’interroga fino a che punto le responsabilità siano da addossare in toto al regista, considerato il frame in cui opera, che sia Disney o Marvel (che in corso d’opera sono peraltro diventate la stessa cosa). Sta di fatto che ricordo i fan di Raimi aggrapparsi a certe raimate, per così dire, almeno in Dottor Strange – su Oz si optò per un profilo più basso, non senza ragione. Di recente, ad ogni buon conto, il regista non ha nascosto il proprio debole per Batman.
A me pare che invece Send Help contempli ciò che un amante di certo modo d’intendere il genere va cercando. Cosa? E quale genere? Ovviamente il suo, quello di Raimi. Un horror che è anche un thriller, che è anche una commedia e che, in questo caso, è anche costume. Perché sì, se dicessi che qui Raimi affonda sull’attualità mi spingerei un attimo oltre. Eppure certi rimandi ci sono, appena accennati, quanto basta per fare colore. La battaglia dei sessi, l’inumanità del mondo corporate e via discorrendo. Solo che uno non va a vedere Send Help – almeno spero – perché pure qui pretenda o anche solo si aspetti delle sferzate circostanziate, velate di denuncia e rimostranze.
Ecco, già il ridimensionare anni di lotta, per chi ci crede o c’ha voluto credere almeno, è qualcosa. Lotta maldestra, ben inteso, pugni all’aria e indignazione assortita, la specialità con cui Hollywood è riuscita ad agevolare il processo di disaffezione verso sé stessa e quanto di storico aveva il dovere di preservare, magari migliorandolo. Qui c’è Rachel Adams, che per “imbruttirla” si sono dovuti a mio avviso impegnare, che è una valente risorsa presso una grossa multinazionale; il suo personaggio, Linda, è un asso coi conti, anche se su altri fronti effettivamente lascia un po’ a desiderare. Non so se e quanto abbia contribuito il doppiaggio, ma Linda è oggettivamente insostenibile, costruita proprio per generare un profondo disagio in chi la guarda. Mi pare che Raimi faccia il possibile per impedire di patteggiare per questa donna così maldestra, non tanto rispetto a certa goffaggine, che fino a un certo punto sarebbe persino dolce, ma in rapporto a quanto sia esasperato il suo ottimismo posticcio, altra nota abbastanza sul pezzo, che una stoccatina al settore dell’auto-aiuto, del manifesting e discipline analoghe la impartisce eccome. Insomma, se la mal tolleri non è tanto per com’è ma per come reagisce, come processa gli episodi che la vedono uscirne malconcia, presa in giro e derisa.
Arriva il nuovo capo, Bradley, interpretato da Dylan O’Brien, e su questa scala qui si registra un’impennata: tutto ciò che oggi viene stigmatizzato in merito alle relazioni sul posto di lavoro, viene qui stilizzato, esasperato. Insomma, una caricatura. Perché in fondo questo fa Raimi. La differenza, tra lui ed altri, è che non solo lo fa in maniera consapevole ma sa come riuscirsi senza farsi sopraffare. Send Help è quel tipo di film fatto di leve e bottoni, prevedibile in una certa qual misura, ma che, nonostante ciò, riesce a rivelarsi spassoso e di gusto. E si vede la differenza tra un modo d’intendere certa comicità e certo dark humor che si rifanno ad una cultura totalmente avulsa da quella attuale, più scanzonata e meno consapevole. Voglio dire, è come recuperare quanto si agitava internamente ai tempi in cui venivano fatti i vari Evil Dead, quando si era meno smaliziati, dunque più aperti anche alla possibilità di uscire da certi binari, senza deragliare. A confronto, chi prova a fare il brillante oggi in maniera analoga o lo fa con un piglio accademico che trasmette per lo più frigidità, dunque mortuario (penso a un Sorrentino o a certo Aster, per dirne due tra i più in vista), oppure si lascia totalmente andare al suono, modulando certi toni con la pancia e niente di più (e qui mi riferisco, sempre per stare sul conosciuto, a un James Gunn).
In entrambe le fattispecie, a qualunque approdo si può giungere, tranne che a quello che reca scritto divertimento, o, più prosaicamente, intrattenimento. Send Help invece le sue due ore o quasi te le fa passare. E tu sei lì a lasciarti imboccare da Raimi, con la sua escalation di dispettucci il cui crescendo intuisci già che conduce a uno scenario assurdo, ancora più inverosimile del percorso che ti ci sta portando. Nel mezzo ci sono citazioni – mi è stato fatto notare, me l’ero perso, che Bruce Campbell c’è anche se il suo è un cameo atipico – oppure, più carino, la soggettiva del cinghialotto che rievoca quella della Casa.
Non c’è alcunché di inedito in Send Help, il canovaccio è quello, per tecnica e colori. Solo che con la formula Raimi qui ci si sa rapportare, raccapezzandovisi molto meglio di altri che magari tentano di replicarla, senza riuscirci. Se chiedi altro da questo genere di produzioni è più un problema tuo, dato che qui nessuno sta bluffando, anzi… una volta tanto ciò che ti viene “promesso” ti viene dato, né più né meno. Certi fast food sono di gran lunga più scorretti quando ti fanno vedere i loro panini all’atto di pubblicizzarli, mentre poi, quando t’avventuri a comprarne uno basta aprire la scatola per renderti conto di essere stato gabbato, ancora una volta. Qui invece forma, odori e sapore sono esattamente quelli che t’aspetti. Per questa parte d’industria mi pare già tanto. Poi certo, essersi ridotti a certe constatazioni la dice lunga sullo stato delle cose, ma questo è un altro discorso.
Send Help, commento al film di Sam Raimi
Da un film di Raimi, specie se scorporato da una saga o da una fonte per certi versi ingombrante – e chiaramente mi riferisco ai suoi due ultimi lavori da regista prima di Send Help, ossia Il grande e potente Oz ed il sequel di Doctor Strange – sai più o meno cosa aspettarti. O quantomeno, immagino che, specie gli estimatori, sanno cosa vorrebbero vedere.
Ecco, non per nulla ho menzionato i due film precedenti, distanti quasi un decennio l’uno dall’altro. Lo dico perché uno è tentato di farsi delle idee quando un regista affermato come Raimi si prende così tanto tempo, in un contesto come Hollywood, tra un film e l’altro. Opere peraltro, pur inquadrate nel loro giusto contesto, che lasciano a desiderare per dire il meno. Ci s’interroga fino a che punto le responsabilità siano da addossare in toto al regista, considerato il frame in cui opera, che sia Disney o Marvel (che in corso d’opera sono peraltro diventate la stessa cosa). Sta di fatto che ricordo i fan di Raimi aggrapparsi a certe raimate, per così dire, almeno in Dottor Strange – su Oz si optò per un profilo più basso, non senza ragione. Di recente, ad ogni buon conto, il regista non ha nascosto il proprio debole per Batman.
A me pare che invece Send Help contempli ciò che un amante di certo modo d’intendere il genere va cercando. Cosa? E quale genere? Ovviamente il suo, quello di Raimi. Un horror che è anche un thriller, che è anche una commedia e che, in questo caso, è anche costume. Perché sì, se dicessi che qui Raimi affonda sull’attualità mi spingerei un attimo oltre. Eppure certi rimandi ci sono, appena accennati, quanto basta per fare colore. La battaglia dei sessi, l’inumanità del mondo corporate e via discorrendo. Solo che uno non va a vedere Send Help – almeno spero – perché pure qui pretenda o anche solo si aspetti delle sferzate circostanziate, velate di denuncia e rimostranze.
Ecco, già il ridimensionare anni di lotta, per chi ci crede o c’ha voluto credere almeno, è qualcosa. Lotta maldestra, ben inteso, pugni all’aria e indignazione assortita, la specialità con cui Hollywood è riuscita ad agevolare il processo di disaffezione verso sé stessa e quanto di storico aveva il dovere di preservare, magari migliorandolo. Qui c’è Rachel Adams, che per “imbruttirla” si sono dovuti a mio avviso impegnare, che è una valente risorsa presso una grossa multinazionale; il suo personaggio, Linda, è un asso coi conti, anche se su altri fronti effettivamente lascia un po’ a desiderare. Non so se e quanto abbia contribuito il doppiaggio, ma Linda è oggettivamente insostenibile, costruita proprio per generare un profondo disagio in chi la guarda. Mi pare che Raimi faccia il possibile per impedire di patteggiare per questa donna così maldestra, non tanto rispetto a certa goffaggine, che fino a un certo punto sarebbe persino dolce, ma in rapporto a quanto sia esasperato il suo ottimismo posticcio, altra nota abbastanza sul pezzo, che una stoccatina al settore dell’auto-aiuto, del manifesting e discipline analoghe la impartisce eccome. Insomma, se la mal tolleri non è tanto per com’è ma per come reagisce, come processa gli episodi che la vedono uscirne malconcia, presa in giro e derisa.
Arriva il nuovo capo, Bradley, interpretato da Dylan O’Brien, e su questa scala qui si registra un’impennata: tutto ciò che oggi viene stigmatizzato in merito alle relazioni sul posto di lavoro, viene qui stilizzato, esasperato. Insomma, una caricatura. Perché in fondo questo fa Raimi. La differenza, tra lui ed altri, è che non solo lo fa in maniera consapevole ma sa come riuscirsi senza farsi sopraffare. Send Help è quel tipo di film fatto di leve e bottoni, prevedibile in una certa qual misura, ma che, nonostante ciò, riesce a rivelarsi spassoso e di gusto. E si vede la differenza tra un modo d’intendere certa comicità e certo dark humor che si rifanno ad una cultura totalmente avulsa da quella attuale, più scanzonata e meno consapevole. Voglio dire, è come recuperare quanto si agitava internamente ai tempi in cui venivano fatti i vari Evil Dead, quando si era meno smaliziati, dunque più aperti anche alla possibilità di uscire da certi binari, senza deragliare. A confronto, chi prova a fare il brillante oggi in maniera analoga o lo fa con un piglio accademico che trasmette per lo più frigidità, dunque mortuario (penso a un Sorrentino o a certo Aster, per dirne due tra i più in vista), oppure si lascia totalmente andare al suono, modulando certi toni con la pancia e niente di più (e qui mi riferisco, sempre per stare sul conosciuto, a un James Gunn).
In entrambe le fattispecie, a qualunque approdo si può giungere, tranne che a quello che reca scritto divertimento, o, più prosaicamente, intrattenimento. Send Help invece le sue due ore o quasi te le fa passare. E tu sei lì a lasciarti imboccare da Raimi, con la sua escalation di dispettucci il cui crescendo intuisci già che conduce a uno scenario assurdo, ancora più inverosimile del percorso che ti ci sta portando. Nel mezzo ci sono citazioni – mi è stato fatto notare, me l’ero perso, che Bruce Campbell c’è anche se il suo è un cameo atipico – oppure, più carino, la soggettiva del cinghialotto che rievoca quella della Casa.
Non c’è alcunché di inedito in Send Help, il canovaccio è quello, per tecnica e colori. Solo che con la formula Raimi qui ci si sa rapportare, raccapezzandovisi molto meglio di altri che magari tentano di replicarla, senza riuscirci. Se chiedi altro da questo genere di produzioni è più un problema tuo, dato che qui nessuno sta bluffando, anzi… una volta tanto ciò che ti viene “promesso” ti viene dato, né più né meno. Certi fast food sono di gran lunga più scorretti quando ti fanno vedere i loro panini all’atto di pubblicizzarli, mentre poi, quando t’avventuri a comprarne uno basta aprire la scatola per renderti conto di essere stato gabbato, ancora una volta. Qui invece forma, odori e sapore sono esattamente quelli che t’aspetti. Per questa parte d’industria mi pare già tanto. Poi certo, essersi ridotti a certe constatazioni la dice lunga sullo stato delle cose, ma questo è un altro discorso.
Post Correlati